The Truman Show e gli smart glasses: quando diventiamo parte delle riprese altrui

Vision
The Truman Show come chiave di lettura degli smart glasses, della privacy e della libertà di scegliere quando diventare contenuto. Immagine generata con intelligenza artificiale.

Gli smart glasses rendono meno evidente il confine tra guardare, elaborare, registrare e pubblicare. The Truman Show offre una prospettiva culturale per riflettere su privacy, trasparenza e libertà di scegliere quando diventare contenuto.

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Gli smart glasses stanno modificando una distinzione che fino a pochi anni fa sembrava intuitiva: quella tra il semplice atto di guardare e l’utilizzo di un dispositivo capace di acquisire, elaborare e potenzialmente condividere ciò che si trova davanti ai nostri occhi. Una fotocamera tradizionale è riconoscibile, così come lo è normalmente uno smartphone sollevato verso una persona. Gli occhiali, invece, appartengono da sempre alla sfera dello sguardo e dell’interazione quotidiana. Quando nello stesso oggetto entrano fotocamera, microfoni, connessione alla rete e funzioni di intelligenza artificiale, capire che cosa stia realmente facendo chi ci guarda diventa meno immediato.

È proprio questo cambiamento a rendere The Truman Show sorprendentemente attuale. Il film diretto da Peter Weir e uscito nel 1998 racconta la vita di Truman Burbank, inconsapevole protagonista di uno spettacolo televisivo continuo. La sua città è un gigantesco set, molte delle persone che incontra sono attori e la sua quotidianità viene osservata da un pubblico che lui non sa nemmeno esistere. La scheda ufficiale Paramount descrive esplicitamente Truman come la star di uno show televisivo senza che lui ne sia consapevole.

Il confronto con gli smart glasses non va però trasformato in una facile profezia cinematografica. The Truman Show non aveva previsto gli occhiali connessi, né raccontava l’intelligenza artificiale contemporanea. Il collegamento è culturale: il film mette al centro l’asimmetria tra chi osserva e chi viene osservato, tra chi conosce l’esistenza del sistema e chi invece vive all’interno di quel sistema senza comprenderne le regole. Oggi quella stessa domanda può essere applicata, con tutte le necessarie differenze, alle tecnologie che rendono la registrazione e l’elaborazione visiva sempre meno distinguibili dal normale comportamento umano.

La questione, quindi, non è stabilire se gli smart glasses siano strumenti positivi o negativi. Sono dispositivi capaci di offrire funzioni utili e innovative, ma introducono anche nuove responsabilità. Per comprenderle bisogna separare quattro azioni che spesso vengono confuse: vedere, elaborare, registrare e pubblicare. Sono operazioni tecnicamente e giuridicamente differenti, e proprio questa distinzione rappresenta il filo conduttore dell’intero approfondimento.

The Truman Show e gli smart glasses: il parallelo corretto

Attribuire a The Truman Show una previsione degli smart glasses sarebbe giornalisticamente scorretto. Il film racconta un sistema televisivo costruito attorno a un uomo che ignora di essere ripreso; gli occhiali intelligenti sono invece dispositivi personali progettati per funzioni dichiarate e utilizzati volontariamente da chi li indossa. I due fenomeni non sono equivalenti. Ciò che rende interessante il confronto è piuttosto la domanda sull’informazione disponibile a chi si trova dall’altra parte dello sguardo.

Truman non può modificare il proprio comportamento in funzione delle telecamere perché non sa che le telecamere esistono. Tutti coloro che gestiscono lo spettacolo possiedono informazioni che lui non possiede: conoscono il set, le finalità delle riprese e il pubblico al quale quelle immagini vengono trasmesse. È questa asimmetria, molto più della presenza fisica delle videocamere, a privarlo della possibilità di decidere consapevolmente come comportarsi.

Con gli smart glasses la situazione è ovviamente molto meno estrema, ma una parte del problema informativo rimane. Quando una persona alza uno smartphone verso di noi, la possibilità che stia fotografando o registrando è facilmente intuibile. Se invece indossa un paio di occhiali apparentemente normali, è più difficile sapere se stia semplicemente guardando, utilizzando una funzione di intelligenza artificiale oppure acquisendo un contenuto. Proprio per questo, nella progettazione di questi dispositivi, gli indicatori esterni assumono un ruolo importante.

Il tema non è quindi impedire alle persone di utilizzare gli smart glasses, ma garantire un livello ragionevole di comprensibilità. Più una tecnologia si integra negli oggetti ordinari, meno può fare affidamento sul fatto che la sua funzione sia evidente per chi la osserva dall’esterno. È un problema che riguarda contemporaneamente design, comportamento degli utenti e protezione dei dati.

Smart glasses: vedere non significa automaticamente registrare

Uno degli errori più frequenti nel dibattito sugli smart glasses consiste nell’utilizzare come sinonimi termini che descrivono operazioni diverse. Una persona può indossare gli occhiali senza registrare nulla; può attivare una funzione basata sulla fotocamera per ricevere informazioni sull’ambiente; può scattare una fotografia oppure registrare un video; infine, può decidere di conservare il contenuto oppure condividerlo con altre persone. Ridurre tutte queste situazioni alla sola parola “ripresa” impedisce di comprendere come funzioni realmente la tecnologia.

La documentazione ufficiale Ray-Ban Meta distingue chiaramente l’acquisizione di foto e video dalle altre funzioni del dispositivo. Gli occhiali dispongono di un LED rivolto verso l’esterno che segnala alle persone circostanti quando l’utilizzatore sta scattando una fotografia o registrando un video. Lo stesso indicatore viene attivato quando l’acquisizione viene comandata attraverso la voce e, secondo la documentazione del produttore, serve precisamente a rendere visibile agli altri che può essere in corso una registrazione.

Questa scelta progettuale mostra che anche i produttori riconoscono una differenza tra ciò che l’utilizzatore sa e ciò che può sapere una persona esterna. Chi indossa gli smart glasses conosce naturalmente l’azione che ha appena avviato; chi si trova davanti agli occhiali ha invece bisogno di un segnale che gli consenta di interpretare il comportamento del dispositivo. Il LED svolge quindi una funzione di trasparenza, oltre che puramente tecnica.

La distinzione diventa ancora più importante con l’introduzione dell’intelligenza artificiale. Nei modelli più recenti alcune funzioni possono utilizzare la fotocamera senza creare una normale fotografia o un video destinato alla galleria. Questo significa che l’equazione “fotocamera utilizzata uguale registrazione permanente” non è corretta. Ma significa anche che la semplice assenza del LED non permette sempre di concludere che nessuna componente visiva del dispositivo sia in funzione.

Smart glasses, LED e funzioni AI: cosa dice realmente Ray-Ban

La FAQ ufficiale dedicata agli smart glasses Ray-Ban Meta affronta espressamente questo punto. Il produttore spiega che il LED esterno indica l’acquisizione di contenuti come fotografie, video o livestream destinati alla galleria e alla condivisione. Nei modelli più recenti, invece, alcune funzioni AI che dipendono dalla fotocamera possono operare senza accendere il LED, perché non vengono considerate normali acquisizioni di contenuti destinati alla condivisione.

Gli esempi forniti dalla stessa Ray-Ban sono molto concreti: gli smart glasses possono utilizzare la fotocamera per identificare un luogo o una pianta. In questi casi la funzione visiva serve a fornire all’utente una risposta contestuale, non necessariamente a creare una fotografia da conservare. La documentazione dichiara inoltre alcune misure di tutela, tra cui la mancata conservazione nella cronologia Meta AI delle foto e dei video utilizzati da queste funzioni, la rimozione di determinate informazioni identificative e l’assenza di tecnologia di riconoscimento facciale.

Questi elementi sono importanti perché permettono di evitare due estremi ugualmente sbagliati. Il primo sarebbe sostenere che gli smart glasses registrino continuamente tutto ciò che vedono senza che nessuno possa accorgersene. Il secondo sarebbe affermare che, quando il LED è spento, la fotocamera sia necessariamente inattiva. La documentazione ufficiale non supporta nessuna delle due conclusioni.

La realtà tecnica è più articolata: foto e video destinati alla galleria sono segnalati attraverso il LED, mentre alcune funzioni AI possono utilizzare informazioni visive senza attivarlo. Per chi indossa il dispositivo la differenza è chiara; per chi gli sta di fronte può esserlo molto meno. È proprio questa differenza di conoscenza che trasforma una funzione tecnologica in un problema di trasparenza.

Quando gli smart glasses rendono meno visibile l’atto di riprendere

La fotografia ha sempre avuto una componente gestuale. Una macchina fotografica viene portata all’occhio; uno smartphone viene estratto dalla tasca, orientato e mantenuto davanti al soggetto. Anche senza conoscere l’intenzione precisa dell’utente, le persone intorno percepiscono immediatamente che un dispositivo dotato di fotocamera è stato messo in posizione per acquisire qualcosa.

Gli smart glasses riducono radicalmente questa distanza tra il dispositivo e il gesto naturale. La fotocamera è già collocata vicino agli occhi e segue automaticamente la direzione dello sguardo. Non è necessario interrompere una conversazione, impugnare un altro oggetto o orientare un telefono. Dal punto di vista dell’esperienza utente è uno dei vantaggi principali della tecnologia; dal punto di vista di chi si trova nell’inquadratura, però, rende più importante la presenza di indicatori chiari e comprensibili.

Non è quindi la miniaturizzazione in sé a creare il problema. Anche una videocamera tradizionale può essere utilizzata in modo scorretto, così come uno smartphone può essere impiegato rispettando perfettamente le persone presenti. La differenza è che gli smart glasses possono rendere più sottile il confine tra una normale interazione faccia a faccia e un’attività mediata da un sistema digitale.

In altri termini, la tecnologia modifica la “grammatica” dello sguardo. Per secoli guardare qualcuno ha significato essenzialmente percepirlo e conservarne eventualmente un ricordo. Con gli smart glasses, lo stesso gesto può diventare anche l’origine di un’elaborazione informatica, di una fotografia o di un video. Per questo non basta interrogarsi sulle capacità del dispositivo: bisogna capire quali segnali permettano agli altri di distinguere queste situazioni.

L’EDPB interviene sugli smart glasses: la trasparenza diventa centrale

Il tema è diventato abbastanza rilevante da spingere il Comitato europeo per la protezione dei dati a intervenire direttamente. Il 13 ottobre 2026 l’EDPB ha adottato la Statement 1/2026 sugli smart glasses, un documento specificamente dedicato alle implicazioni di questi dispositivi per la protezione dei dati personali. Non si tratta quindi più soltanto di applicare per analogia principi elaborati per le normali videocamere: l’autorità europea ha affrontato esplicitamente il fenomeno.

L’EDPB osserva che gli smart glasses possono assomigliare a occhiali comuni pur incorporando fotocamere, microfoni e connettività Internet. Proprio questa discrezione può rendere difficile per le persone circostanti comprendere se dati personali che le riguardano vengano trattati, chi effettui il trattamento e per quale finalità. La questione assume particolare rilevanza in contesti sensibili come scuole, luoghi di lavoro e strutture sanitarie.

La dichiarazione pone quindi la trasparenza tra le principali criticità. L’EDPB cita LED luminosi, segnali acustici, indicazioni vocali, notifiche sullo smartphone o caratteristiche progettuali riconoscibili come possibili strumenti per rendere evidente una registrazione. Il criterio espresso dall’autorità è chiaro: gli avvisi devono essere affidabili, difficili da ignorare e sufficientemente comprensibili anche per chi non conosce nel dettaglio il dispositivo.

Questo passaggio richiama molto da vicino il problema posto da The Truman Show. Il punto non è impedire che qualcuno venga visto in uno spazio condiviso, ma evitare che la trasformazione di quella presenza in un trattamento digitale rimanga completamente opaca. L’asimmetria informativa è accettabile fino a un certo punto; quando la tecnologia permette di acquisire o condividere informazioni personali, la trasparenza diventa una componente concreta della tutela dei diritti.

Smart glasses e GDPR: l’uso personale non è uguale alla pubblicazione

Il quadro giuridico richiede la stessa precisione del quadro tecnico. Non è corretto affermare che ogni fotografia effettuata con smart glasses richieda sempre e comunque il consenso preventivo di tutte le persone presenti. Allo stesso modo, non sarebbe corretto sostenere che trovarsi in uno spazio pubblico autorizzi automaticamente qualsiasi registrazione e qualsiasi successiva diffusione. La valutazione dipende dal contesto, dalle finalità, dalle modalità del trattamento e dall’utilizzo successivo delle immagini.

La Statement 1/2026 dell’EDPB distingue esplicitamente l’attività puramente personale o domestica dagli utilizzi che possono ricadere pienamente nel GDPR. Una persona che registra familiari o amici nell’ambito di una normale attività privata, oppure utilizza determinate funzioni personali degli smart glasses, può rientrare nella cosiddetta household exemption. In questi casi il trattamento effettuato da una persona fisica per finalità esclusivamente personali o domestiche resta fuori dall’ambito applicativo del GDPR.

La situazione può cambiare quando le immagini escono da quella sfera. L’EDPB evidenzia che la pubblicazione di fotografie o video attraverso un profilo social accessibile pubblicamente, oppure l’utilizzo degli smart glasses nell’ambito di attività professionali, ufficiali o politiche, può comportare l’assunzione del ruolo di titolare del trattamento da parte dell’utilizzatore. Anche quando il GDPR non trova applicazione, inoltre, possono comunque rilevare norme civili, penali, lavoristiche o altre disposizioni settoriali.

Questa distinzione dimostra perché “registrare” e “pubblicare” non possano essere trattati come sinonimi. Le Linee guida EDPB 3/2019 sui dispositivi video avevano già sviluppato principi come trasparenza, limitazione della conservazione e corretta individuazione delle finalità. Con gli smart glasses, la facilità con cui un contenuto può passare dall’esperienza privata alla condivisione online rende questi principi ancora più concreti.

Dal vedere al pubblicare: quattro momenti che non vanno confusi

La tecnologia digitale tende a comprimere tempi che in passato erano nettamente separati. Guardare una scena, fotografarla, trasferire l’immagine su un altro dispositivo e mostrarla a un pubblico richiedevano un tempo e una serie di operazioni riconoscibili. Oggi questi passaggi possono essere effettuati in pochi secondi. Gli smart glasses portano questa trasformazione ancora più vicino alla percezione dell’utente.

Il primo momento è lo sguardo: la persona vede ciò che si trova davanti a lei. Il secondo è l’elaborazione, che può avvenire quando una funzione di intelligenza artificiale utilizza la fotocamera per interpretare un elemento dell’ambiente senza necessariamente creare un contenuto permanente. Il terzo è l’acquisizione vera e propria di una fotografia o di un video. Il quarto è l’eventuale pubblicazione o condivisione, che porta quell’informazione fuori dal rapporto immediato tra chi indossa gli smart glasses e ciò che lo circonda.

Queste fasi hanno significati differenti anche sul piano della responsabilità. Una persona può utilizzare una funzione di riconoscimento contestuale senza voler creare alcun contenuto; può scattare una fotografia destinata a rimanere privata; oppure può caricare il video su una piattaforma pubblica. Ragionare soltanto sulla presenza della fotocamera significa ignorare ciò che accade prima e dopo l’acquisizione.

Proprio questo passaggio rende attuale la metafora di The Truman Show. Truman non controlla nessuna delle fasi che trasformano la sua esperienza in spettacolo: non sa di essere ripreso, non decide quali immagini conservare e non sceglie il pubblico al quale mostrarle. Nel mondo reale la situazione è completamente diversa, ma il principio della scelta rimane utile per comprendere quale valore abbia la trasparenza.

Smart glasses e libertà: chi decide quando diventiamo contenuto?

Gli smart glasses possono essere strumenti molto utili: permettono di acquisire immagini senza usare le mani, ascoltare contenuti, effettuare chiamate, ottenere indicazioni contestuali e utilizzare funzioni di intelligenza artificiale direttamente durante le attività quotidiane. Criticare le implicazioni di una tecnologia non significa negarne l’utilità. Il punto è stabilire quali responsabilità accompagnino queste nuove possibilità.

La possibilità tecnica di registrare non coincide con la necessità di farlo, così come la disponibilità di un pulsante per pubblicare non trasforma automaticamente ogni immagine in un contenuto da condividere. Tra la capacità del dispositivo e la decisione dell’utilizzatore rimane uno spazio nel quale entrano educazione digitale, rispetto delle persone presenti e valutazione del contesto. Più l’acquisizione diventa semplice e poco visibile, più questo spazio assume importanza.

La questione centrale è quindi la capacità di scegliere sulla base di informazioni sufficienti. Chi si trova davanti a un paio di smart glasses dovrebbe poter distinguere, almeno nei limiti tecnicamente ragionevoli, una normale interazione da una registrazione. Allo stesso modo, chi utilizza il dispositivo dovrebbe comprendere che conservare una fotografia per sé e pubblicarla davanti a un pubblico potenzialmente illimitato sono azioni differenti.

È qui che il parallelismo con The Truman Show trova il proprio limite ma anche la propria utilità. Non viviamo all’interno di Seahaven e chi indossa un paio di occhiali intelligenti non è automaticamente un regista nascosto. Tuttavia il film mostra con estrema chiarezza che la possibilità di scegliere dipende anche dalla conoscenza del contesto. Non possiamo decidere consapevolmente come comportarci rispetto a un sistema che ignoriamo completamente.

La nuova grammatica dello sguardo nell’era degli smart glasses

Per gran parte della storia umana il significato dello sguardo è rimasto relativamente stabile. Guardare una persona significava percepirla, interpretarla e conservarne eventualmente un ricordo. La fotografia ha introdotto una memoria esterna, il video ha aggiunto continuità temporale, lo smartphone ha reso l’acquisizione onnipresente e i social network hanno ridotto quasi a zero la distanza tra registrazione e diffusione.

Gli smart glasses compiono un ulteriore passaggio perché integrano il dispositivo direttamente nella direzione naturale dello sguardo. Questo rende l’interazione tecnologica più semplice e immediata, ma rende contemporaneamente meno evidente la differenza tra percezione umana e acquisizione digitale. È un cambiamento piccolo dal punto di vista gestuale, ma potenzialmente rilevante dal punto di vista sociale.

È probabile che nei prossimi anni svilupperemo nuove convenzioni. Impareremo a riconoscere indicatori luminosi, segnali sonori o design specifici; comprenderemo meglio quali funzioni necessitano della fotocamera e quali producono effettivamente contenuti. Allo stesso tempo, i produttori dovranno continuare a rendere questi segnali affidabili e comprensibili, proprio come richiesto dall’EDPB.

La risposta, quindi, non è la diffidenza automatica verso gli smart glasses. È una maggiore alfabetizzazione tecnologica. Un pubblico informato può distinguere una funzione AI da una registrazione video, comprendere la funzione di un LED e valutare diversamente una fotografia privata rispetto a una pubblicazione. La conoscenza riduce sia l’allarmismo sia la sottovalutazione dei rischi.

The Truman Show, Matrix e la sezione Vision

Questo approfondimento appartiene alla sezione Vision di Helpsystem Informatica, dove cinema, cultura e tecnologia vengono utilizzati come punti di partenza per osservare problemi contemporanei. Il film non viene utilizzato come prova scientifica e neppure come profezia. Serve come lente narrativa attraverso la quale formulare meglio una domanda che oggi possiede anche una dimensione tecnologica concreta.

Un approccio simile emerge nell’articolo Matrix: Simbolismo e Archetipi, anche se il tema è differente. Matrix interroga il rapporto tra percezione e realtà; The Truman Show concentra invece l’attenzione sulla rappresentazione della nostra vita da parte degli altri. Entrambi consentono di riflettere su questioni che l’evoluzione digitale ha reso ancora più complesse.

Con gli smart glasses i due temi finiscono quasi per incontrarsi. Da un lato la tecnologia può modificare ciò che sappiamo di ciò che vediamo, aggiungendo informazioni tramite l’intelligenza artificiale; dall’altro può trasformare ciò che osserviamo in un oggetto digitale riproducibile. Non significa che il mondo sia diventato Matrix o Seahaven, ma che il confine tra esperienza e rappresentazione è diventato tecnicamente più sottile.

Questo è il motivo per cui la tecnologia merita una lettura che non sia soltanto tecnica. Specifiche hardware, autonomia, risoluzione della fotocamera e funzioni AI sono importanti, ma non esauriscono il fenomeno. Quando un dispositivo entra stabilmente nello spazio delle relazioni umane, modifica anche comportamenti, aspettative e convenzioni sociali.

Non tutto ciò che può essere registrato deve diventare pubblico

La progressiva semplicità degli strumenti digitali tende a trasformare la possibilità in abitudine. Lo abbiamo visto con lo smartphone: fotografare un pasto, un concerto, una strada o una persona è diventato un gesto quasi automatico. Gli smart glasses possono rendere questa continuità ancora maggiore perché eliminano la necessità di prendere in mano un dispositivo separato.

Proprio per questo la distinzione tra acquisizione e pubblicazione acquista ancora più valore. Una fotografia privata può essere perfettamente innocua in un determinato contesto, mentre la sua diffusione pubblica può produrre conseguenze completamente differenti. Un video registrato per uso personale non ha necessariamente lo stesso significato dello stesso video caricato su una piattaforma accessibile a chiunque.

La responsabilità non può essere delegata interamente alla tecnologia. Gli indicatori visivi aiutano, le impostazioni sulla privacy aiutano e le norme stabiliscono principi e obblighi, ma l’utilizzatore continua a prendere decisioni concrete. La facilità con cui uno strumento consente di compiere un’azione non elimina la necessità di valutarne le conseguenze.

Da questo punto di vista gli smart glasses rappresentano un ottimo esempio di una trasformazione più generale: la tecnologia non si limita più a essere un oggetto che utilizziamo occasionalmente, ma tende a diventare parte costante del nostro modo di percepire e interagire con l’ambiente. Questa integrazione aumenta le possibilità, ma rende anche più importante sapere quando fermarsi.

La domanda finale di The Truman Show

Alla fine di The Truman Show, il tema decisivo non è la tecnologia utilizzata per filmare Truman, ma la possibilità del protagonista di conoscere finalmente il sistema nel quale ha vissuto. Solo quando comprende la natura del mondo costruito attorno a lui può prendere una decisione realmente consapevole. La conoscenza diventa la condizione preliminare della scelta.

Applicata agli smart glasses, la stessa idea conduce a una conclusione molto meno spettacolare ma estremamente concreta. Sapere di essere guardati non equivale a sapere di essere registrati; sapere di essere registrati non equivale a sapere che l’immagine verrà pubblicata; entrare temporaneamente nel campo visivo di una funzione AI non significa necessariamente che sia stato creato un contenuto permanente. Queste operazioni sono diverse e mantenere comprensibile la loro distinzione è essenziale.

La libertà da proteggere non è quella impossibile di impedire agli altri di guardarci quando condividiamo uno spazio. È piuttosto la possibilità di capire quando uno sguardo sta diventando acquisizione digitale, quando quell’acquisizione viene conservata e quando un contenuto privato sta per essere trasformato in una pubblicazione. La trasparenza non elimina ogni conflitto, ma permette alle persone di interpretare correttamente il contesto nel quale si trovano.

Forse è proprio questo il motivo per cui un film del 1998 riesce ancora a offrire una chiave di lettura utile nel 2026. The Truman Show non aveva previsto gli smart glasses, ma aveva già mostrato quanto possa essere importante sapere chi ci osserva, con quali strumenti e soprattutto che cosa accadrà dopo a ciò che è stato visto.

Domande frequenti sugli smart glasses

Gli smart glasses registrano continuamente ciò che vedono?

No. Non è corretto affermare che gli smart glasses registrino necessariamente tutto ciò che entra nel campo visivo dell’utilizzatore. Nei Ray-Ban Meta, per esempio, fotografie e video sono operazioni specifiche e la documentazione del produttore prevede l’attivazione del LED di acquisizione durante queste funzioni.

Se il LED è spento significa che la fotocamera è inattiva?

Non sempre. Ray-Ban dichiara che, sui modelli più recenti, alcune funzioni AI che utilizzano la fotocamera possono operare senza accendere il LED perché non corrispondono a normali foto o video destinati alla condivisione. Questo non equivale però a una registrazione continua e permanente dell’ambiente.

Gli smart glasses possono usare l’intelligenza artificiale per ciò che vedono?

Sì, alcuni modelli includono funzioni AI che utilizzano informazioni visive per interpretare elementi dell’ambiente, come un luogo o una pianta. Il funzionamento preciso dipende dal modello e dal servizio utilizzato, quindi è importante fare riferimento alla documentazione del produttore.

Il GDPR si applica sempre quando si utilizzano smart glasses?

No. L’EDPB distingue l’attività esclusivamente personale o domestica dagli utilizzi che possono ricadere pienamente nel GDPR. La pubblicazione attraverso un profilo social pubblico o l’uso professionale, ufficiale o politico può invece modificare il quadro delle responsabilità.

Registrare una persona e pubblicarne il video sono la stessa operazione?

No. L’acquisizione e la successiva diffusione sono operazioni differenti e possono avere implicazioni diverse. Proprio per questo è importante valutare non soltanto il momento nel quale viene creata l’immagine, ma anche il modo in cui viene successivamente conservata, condivisa o resa pubblica.

The Truman Show aveva previsto gli smart glasses?

No. Il confronto è interpretativo e culturale. Il film viene utilizzato per riflettere sull’asimmetria tra chi osserva e chi viene osservato e sulla libertà di scegliere quando la propria esperienza viene trasformata in rappresentazione pubblica.


Nota di trasparenza sull’uso dell’intelligenza artificiale

L’immagine in evidenza associata a questo articolo è stata generata mediante strumenti di intelligenza artificiale. Il testo è stato revisionato e corretto con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale. La verifica delle fonti, la selezione dei contenuti e la responsabilità editoriale restano dell’autore.

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