Dialogo interiore: Castaneda nell’era dell’AI e delle notifiche

Castaneda

Il dialogo interiore di Castaneda incontra smartphone, notifiche e intelligenza artificiale. Una riflessione su attenzione, silenzio e sovraccarico informativo senza confondere spiritualità e scienza.

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Il dialogo interiore non è nato con lo smartphone. Carlos Castaneda ne parlava decenni prima che notifiche, feed infiniti e assistenti di intelligenza artificiale entrassero nella vita quotidiana. Nei suoi libri il silenzio interiore occupa un ruolo centrale nel percorso attribuito a don Juan: interrompere per qualche istante il flusso continuo con cui commentiamo, giudichiamo e descriviamo ciò che accade.

Oggi quel concetto può essere riletto da una prospettiva nuova. Non per sostenere che Castaneda abbia previsto Internet o che la scienza moderna confermi la sua visione dello sciamanesimo. Sono piani diversi. Ma il dialogo interiore incontra un ambiente contemporaneo nel quale la nostra attenzione viene sollecitata continuamente da messaggi, notifiche, video, suggerimenti algoritmici e persino risposte generate dall’AI.

Il risultato è una domanda sorprendentemente moderna: quanto del rumore che abbiamo in testa nasce davvero da noi e quanto viene alimentato da ciò che lasciamo entrare continuamente?

Questa non è una guida spirituale e non pretende di insegnare pratiche esoteriche. È una riflessione su Castaneda, attenzione e tecnologia: sette punti per capire perché il dialogo interiore può essere un concetto interessante anche nel 2026.

Che cosa significa dialogo interiore in Castaneda

Nel linguaggio associato all’opera di Carlos Castaneda, il dialogo interiore è il flusso continuo di parole, giudizi, ricordi e interpretazioni attraverso cui descriviamo a noi stessi il mondo.

Non coincide semplicemente con il pensare.

Il concetto viene presentato come una descrizione incessante della realtà: commentiamo ciò che vediamo, anticipiamo ciò che potrebbe accadere, ricordiamo ciò che è accaduto e continuiamo a definire noi stessi attraverso una narrazione interna.

Per la tradizione raccontata da Castaneda, interrompere temporaneamente questo flusso avrebbe un significato molto più ampio di una semplice pausa mentale. Il sito dedicato agli insegnamenti di Carlos Castaneda descrive infatti il “silenzio interiore” come una condizione collegata all’interruzione della normale descrizione del mondo.

Questo appartiene al sistema filosofico e spirituale presentato nei suoi libri. Non deve essere trasformato automaticamente in un’affermazione scientifica.

Ma possiamo isolare una domanda molto concreta: che cosa succede quando la nostra narrazione interna non ha quasi più momenti di pausa?

È qui che il dialogo interiore incontra la vita digitale contemporanea.

1. Prima parlavamo con noi stessi, oggi rispondiamo anche alle notifiche

Una notifica dura pochi secondi.

Il problema è ciò che può mettere in moto.

Un suono, una vibrazione o una piccola icona sullo schermo possono interrompere ciò che stavamo facendo e introdurre immediatamente una nuova domanda: chi mi ha scritto? È importante? Devo rispondere? Che cosa significa quel messaggio? Perché quella persona non ha risposto prima?

Il dialogo interiore riceve così nuovo materiale.

Nel 2026 uno studio pubblicato su Computers in Human Behavior ha osservato che notifiche simili a quelle dei social media possono provocare un rallentamento temporaneo dell’elaborazione cognitiva per circa sette secondi. La ricerca ha rilevato effetti maggiori quando la notifica era percepita come rilevante e nelle persone abituate a interagire più frequentemente con lo smartphone. Il lavoro sulle notifiche e l’interferenza cognitiva non parla di Castaneda e non dimostra nulla sul suo sistema filosofico. Mostra però che un segnale digitale apparentemente minuscolo può realmente interrompere un processo mentale in corso.

Ed è proprio questo il collegamento interessante.

Il dispositivo non inserisce direttamente pensieri nella nostra mente. Inserisce stimoli.

Siamo noi, poi, a trasformarli in interpretazioni, anticipazioni e preoccupazioni.

Una notifica può richiedere due secondi per essere letta e occupare diversi minuti di dialogo interiore.

2. Il problema non è soltanto quanto tempo passiamo online

Per anni il dibattito sul rapporto tra tecnologia e attenzione si è concentrato soprattutto sullo “screen time”: quante ore passiamo davanti allo schermo.

È una misura semplice, ma non racconta tutto.

Due persone possono utilizzare lo smartphone per tre ore e avere esperienze completamente differenti. Una può leggere un libro, scrivere, studiare o seguire una videolezione. L’altra può passare continuamente da una notifica a un video breve, poi a una chat, quindi a un feed e infine a un’altra applicazione.

Il tempo complessivo può essere identico.

La frammentazione no.

Uno studio del 2026 pubblicato su Scientific Reports ha distinto l’uso intenzionale della tecnologia da quello passivo e abituale, evidenziando come agency, autoregolazione e consapevolezza dei confini d’uso siano variabili importanti quando si studiano attenzione e benessere. È un approccio molto più interessante del semplice conteggio delle ore. La ricerca sull’uso intenzionale e passivo della tecnologia suggerisce infatti che il modo in cui usiamo gli strumenti può essere importante quanto il tempo trascorso con essi.

Letto attraverso Castaneda, il problema potrebbe essere formulato diversamente.

Non conta soltanto quanto rimaniamo online.

Conta quante volte permettiamo al mondo esterno di interrompere e riavviare il nostro dialogo interiore.

Ogni passaggio cambia contesto.

Ogni nuovo contenuto può aprire una piccola conversazione mentale.

E alla fine della giornata potremmo avere la sensazione di aver pensato moltissimo senza aver seguito davvero un pensiero fino in fondo.

3. L’AI aggiunge una novità: ora il dialogo interiore può avere un interlocutore permanente

Lo smartphone ci ha dato accesso permanente all’informazione.

L’intelligenza artificiale aggiunge qualcosa di diverso: un interlocutore sempre disponibile.

Possiamo chiedere a un assistente AI che cosa pensare di un problema, come interpretare un messaggio, quale risposta inviare, quale scelta effettuare, come organizzare una decisione o come valutare un dubbio.

È uno strumento potentissimo.

Ma introduce anche una possibilità nuova: esternalizzare una parte del dialogo interiore.

Un pensiero che un tempo sarebbe rimasto qualche minuto nella nostra mente può diventare immediatamente un prompt.

“Perché questa persona mi ha risposto così?”

“Secondo te sto sbagliando?”

“Cosa dovrei fare?”

“Dammi cinque possibili interpretazioni.”

L’AI può aiutare a ordinare idee, individuare alternative e vedere prospettive che non avevamo considerato. Il rischio nasce quando l’abitudine a consultarla sostituisce sistematicamente il tempo necessario per elaborare autonomamente una questione.

Nel nostro approfondimento L’intelligenza artificiale non è un oracolo del 2026 abbiamo già affrontato questa distinzione: uno strumento può essere estremamente utile senza diventare un’autorità alla quale delegare il giudizio.

Con il dialogo interiore emerge un problema ancora più sottile.

L’AI non deve necessariamente convincerci di qualcosa.

Può semplicemente diventare la prima voce alla quale chiediamo di riempire ogni spazio di incertezza.

E forse proprio l’incertezza è uno degli spazi nei quali nasce una riflessione autenticamente nostra.

4. Information overload: quando troppe informazioni diventano rumore

Internet ci offre una quantità di informazioni che nessuna generazione precedente avrebbe potuto consultare con la stessa facilità.

Questo è un vantaggio enorme.

Ma accesso illimitato non significa capacità illimitata di elaborazione.

Nel settembre 2026 Scientific Reports ha pubblicato uno studio dedicato alla costruzione e validazione iniziale di una scala per misurare l’“internet information overload”. Gli autori hanno individuato componenti legate al sovraccarico emotivo, alla valutazione critica, alla condivisione delle informazioni e alle risposte di evitamento. Lo studio sull’information overload online non sostiene che Internet sia intrinsecamente negativo: mostra piuttosto che il sovraccarico informativo è un fenomeno multidimensionale che merita di essere misurato.

Qui il dialogo interiore offre una metafora interessante.

Ogni informazione non è soltanto un dato.

Può diventare qualcosa da confrontare, giudicare, ricordare, condividere o temere di dimenticare.

Apriamo una notizia e pensiamo a ciò che significa.

Ne leggiamo un’altra che la contraddice.

Poi un commento.

Poi un video che propone una spiegazione diversa.

Poi chiediamo all’AI di riassumere tutto.

Il flusso esterno diventa flusso interno.

Il problema non è sapere troppo.

È non avere più il tempo necessario per trasformare l’informazione in conoscenza.

Castaneda parlava di interrompere la descrizione automatica del mondo. Nel nostro contesto non dobbiamo accettarne la cornice metafisica per riconoscere una domanda concreta: quando continuiamo ad aggiungere informazioni, lasciamo ancora spazio perché qualcosa possa sedimentare?

5. Il feed infinito non vuole che il pensiero finisca

Un libro termina.

Un film ha i titoli di coda.

Una conversazione normalmente si conclude.

Il feed infinito, invece, non ha una fine naturale.

Questa caratteristica sembra banale, ma modifica profondamente l’esperienza.

Quando non esiste un punto che ci invita a fermarci, la decisione di smettere deve venire interamente da noi.

Un contenuto viene sostituito immediatamente dal successivo.

Il dialogo interiore non riceve quindi soltanto più stimoli: perde anche molte delle pause che normalmente separano un’esperienza dalla successiva.

Un articolo può farci riflettere.

Ma se un secondo dopo scorriamo verso un meme, poi verso una discussione, poi verso un video drammatico e infine verso una pubblicità, ogni contenuto ha pochissimo tempo per diventare qualcosa di più di una reazione.

Una ricerca pubblicata nell’ottobre 2026 su Scientific Reports ha studiato il rapporto fra caratteristiche percepite delle raccomandazioni algoritmiche, sovraccarico informativo, restringimento informativo e information fatigue. Gli autori hanno trovato associazioni significative tra queste variabili, mostrando quanto la progettazione dell’esperienza informativa possa incidere sulla fatica percepita. Lo studio sulla recommendation fatigue riguarda specificamente utenti dei social media e non può essere generalizzato a qualunque esperienza digitale, ma evidenzia un punto utile: non conta soltanto la quantità di contenuti, conta anche il modo in cui vengono continuamente proposti.

Castaneda avrebbe parlato di attenzione in un linguaggio completamente diverso.

Noi possiamo restare su un piano più semplice.

Se qualcosa decide continuamente quale sarà il nostro prossimo stimolo, quanto spesso scegliamo deliberatamente di non riceverne nessuno?

6. Fermare il dialogo interiore non significa “non pensare”

Qui serve una distinzione importante.

Interpretare il dialogo interiore come un nemico da eliminare sarebbe una semplificazione.

La capacità di ragionare verbalmente è utile. Ci permette di pianificare, ricordare, valutare alternative, anticipare conseguenze e organizzare esperienze.

Anche nel contesto castanediano, il punto non è presentato semplicemente come “pensare è sbagliato”.

La pratica descritta nei testi riguarda piuttosto l’interruzione temporanea del commento incessante con cui manteniamo stabile una determinata interpretazione del mondo.

Portato nel presente, questo può diventare un esperimento molto meno esoterico.

Cinque minuti senza musica.

Una passeggiata senza auricolari.

Una coda senza prendere immediatamente il telefono.

Un momento nel quale non chiediamo a un motore di ricerca o a un’AI di riempire immediatamente un dubbio.

Non dobbiamo attribuire a questi gesti effetti mistici.

Servono semplicemente a osservare che cosa accade quando non introduciamo volontariamente un nuovo stimolo.

All’inizio può perfino aumentare il dialogo interiore.

Pensieri rimasti in secondo piano diventano più evidenti.

Questo non significa che l’esperimento stia fallendo.

Può significare semplicemente che normalmente il rumore esterno ne copriva un altro già presente.

7. La vera domanda: chi sceglie dove va la nostra attenzione?

L’attenzione è probabilmente il punto in cui Castaneda e tecnologia contemporanea possono essere messi in dialogo senza confondere i due mondi.

Nel sistema narrativo di Castaneda, l’attenzione è una componente centrale del modo in cui l’essere umano percepisce e organizza la realtà.

Nel mondo digitale, l’attenzione è anche una risorsa economica.

Piattaforme, applicazioni e servizi competono per ottenere secondi, minuti e ritorni frequenti.

Questo non implica automaticamente un progetto di controllo.

Molti sistemi sono semplicemente costruiti per massimizzare metriche come coinvolgimento, utilizzo o probabilità di ritorno.

Ma dal punto di vista dell’utente il problema resta interessante.

Se la nostra attenzione viene continuamente sollecitata dall’esterno, il dialogo interiore può diventare sempre più reattivo.

Non decidiamo di pensare a qualcosa.

Qualcosa appare e noi reagiamo.

Un messaggio.

Una notizia.

Una notifica.

Una risposta AI.

Un video consigliato.

Un commento.

Poi un altro.

Nel nuovo articolo di Vision dedicato a Matrix e AI e alle domande sulla realtà digitale abbiamo affrontato un problema simile da un’altra prospettiva: non serve immaginare una macchina che controlla completamente la realtà per domandarci quanto ciò che vediamo venga selezionato da sistemi esterni.

Qui la domanda è ancora più personale.

Non chi costruisce la realtà.

Ma chi decide il prossimo oggetto della nostra attenzione.

Castaneda aveva previsto smartphone e intelligenza artificiale?

No.

È importante dirlo chiaramente.

Attribuire a Castaneda la previsione dell’AI, delle notifiche o dei social network sarebbe una costruzione retrospettiva.

I suoi libri appartengono a un altro periodo, a un altro linguaggio e a un sistema di idee completamente diverso.

Il valore del confronto non sta nella previsione.

Sta nella possibilità di utilizzare un concetto antico rispetto all’attuale ecosistema digitale.

Il dialogo interiore esisteva molto prima degli smartphone.

Quello che cambia oggi è la quantità di materiale esterno disponibile per alimentarlo.

In passato una persona poteva certamente essere travolta da preoccupazioni, conversazioni, giornali, radio, televisione e vita sociale.

La tecnologia contemporanea aggiunge però continuità.

Lo smartphone ci accompagna dal risveglio al sonno.

L’informazione non aspetta più che la cerchiamo.

Può cercare noi.

E l’AI aggiunge la possibilità di ottenere una risposta praticamente ogni volta che formuliamo una domanda.

Il confronto con Castaneda diventa quindi interessante proprio perché non dobbiamo forzarlo.

La domanda non è “aveva ragione?”.

È: che cosa possiamo osservare oggi partendo da quella idea?

Il silenzio è diventato una funzione da riattivare?

Un tempo il silenzio compariva naturalmente.

Aspettare un autobus.

Camminare.

Fare una pausa.

Stare seduti prima di un appuntamento.

Oggi molti di questi spazi possono essere occupati immediatamente.

Non necessariamente perché qualcuno ci obblighi.

Perché possiamo.

Lo smartphone elimina moltissimi momenti di attesa e questo è spesso molto utile. Possiamo leggere, imparare, comunicare e risolvere problemi.

Ma quando ogni spazio vuoto diventa automaticamente uno spazio da riempire, perdiamo anche la possibilità di capire se il vuoto avesse una funzione.

Il dialogo interiore può essere osservato proprio lì.

Che cosa facciamo quando non abbiamo immediatamente qualcosa da consumare?

Cerchiamo il telefono?

Apriamo automaticamente un’app?

Sentiamo disagio?

Cominciamo a pensare?

Non esiste una risposta corretta.

Il punto interessante è accorgersi della risposta.

Il silenzio, in questo senso, non deve essere trasformato in una disciplina spirituale obbligatoria.

Può essere semplicemente una condizione sperimentale.

Togliere per qualche minuto gli input per osservare che cosa rimane.

Disattivare le notifiche significa fermare il dialogo interiore?

No.

Sarebbe troppo semplice.

Il dialogo interiore non dipende dallo smartphone e non scompare disattivando le notifiche.

Possiamo rimuginare perfettamente anche in una stanza senza dispositivi.

Ridurre gli stimoli esterni può però diminuire il numero di interruzioni che alimentano nuove catene di pensiero.

È una differenza importante.

Non stiamo dicendo:

“disattiva le notifiche e troverai il silenzio interiore”.

Stiamo dicendo:

“se vuoi capire quanto le notifiche influenzino la tua attenzione, prova a cambiare una variabile e osserva che cosa succede”.

Questa è una forma di sperimentazione personale molto più concreta.

Puoi per esempio disattivare per alcune ore le notifiche non essenziali e verificare se controlli comunque compulsivamente le applicazioni.

Se continui a farlo, hai scoperto qualcosa: lo stimolo esterno non era l’unico meccanismo.

L’abitudine era già diventata interna.

Ed è proprio qui che il dialogo interiore diventa un tema interessante: parte del rumore che attribuiamo alla tecnologia può essere già stato incorporato nei nostri comportamenti.

AI e dialogo interiore: strumento o sostituto?

L’intelligenza artificiale può essere utilizzata in due modi molto diversi.

Può ampliare il pensiero.

Oppure può sostituire troppo presto il processo che porta a formularlo.

Se sto lavorando a un problema complesso e utilizzo l’AI per evidenziare errori, proporre alternative o verificare una struttura, lo strumento può aumentare la qualità del ragionamento.

Se invece ogni volta che nasce un dubbio chiedo immediatamente una risposta, rischio di non lasciare abbastanza tempo perché il dialogo interiore sviluppi una posizione autonoma.

Non è una critica all’AI.

È una questione di sequenza.

Prima penso e poi confronto?

Oppure chiedo subito e poi reagisco alla risposta ricevuta?

Sono due processi cognitivamente differenti.

La seconda modalità può essere perfettamente appropriata quando ci serve un’informazione pratica.

Diventa più delicata quando la domanda riguarda valori, interpretazioni personali o decisioni nelle quali non esiste una risposta oggettivamente corretta.

Un assistente AI può aiutarci a vedere meglio.

Non dovrebbe necessariamente diventare la voce che sentiamo prima della nostra.

Un piccolo esperimento: dieci minuti senza input

Non serve trasformare questa riflessione in una pratica esoterica.

Possiamo fare un esperimento banale.

Dieci minuti.

Telefono silenzioso.

Niente musica.

Niente podcast.

Niente video.

Niente AI.

Nessuna attività progettata per “raggiungere uno stato”.

Semplicemente restare presenti a ciò che stiamo facendo: camminare, sedersi, guardare fuori da una finestra.

Poi osservare.

Quanto velocemente compare il desiderio di controllare qualcosa?

Quanto è rumoroso il dialogo interiore?

I pensieri seguono un filo oppure saltano continuamente?

Quanto del contenuto mentale riguarda cose viste pochi minuti prima online?

Non bisogna giudicare il risultato.

Lo scopo è accorgersi del meccanismo.

È probabilmente questo il modo più prudente per portare un concetto di Castaneda dentro il presente: non affermare che spieghi scientificamente il funzionamento della mente, ma utilizzarlo come una domanda osservativa.

Che cosa rimane quando interrompiamo, per un momento, l’alimentazione continua del rumore?

Non trasformiamo Castaneda in neuroscienze

Questo punto è fondamentale.

Gli insegnamenti attribuiti a don Juan nei libri di Castaneda appartengono a un contesto narrativo, antropologico, filosofico e spirituale controverso.

La ricerca contemporanea sulle notifiche, sull’attenzione e sull’information overload appartiene invece alla psicologia sperimentale e alle scienze sociali.

Mettere i due piani nello stesso articolo non significa renderli equivalenti.

Lo studio che misura un rallentamento cognitivo dopo una notifica non dimostra la teoria del dialogo interiore di Castaneda.

Allo stesso modo, un concetto spirituale non può essere utilizzato per spiegare scientificamente risultati sperimentali soltanto perché sembra intuitivamente compatibile.

Il collegamento è un altro.

Due linguaggi molto diversi possono porre attenzione a una questione comune: quanto siamo consapevoli dei processi che occupano continuamente la nostra attenzione?

Mantenere questa distinzione rende il confronto molto più interessante.

Non dobbiamo scegliere se Castaneda “avesse ragione” o “avesse torto” per poter riflettere sul concetto.

Possiamo leggerlo, contestualizzarlo e poi osservare che cosa accade nel nostro presente.

Dalla “mente del predatore” agli algoritmi? Attenzione alle equivalenze facili

Nella sezione Castaneda di Helpsystem Informatica esiste già un vecchio articolo dedicato alla cosiddetta “mente del predatore” e ai Voladores.

È facile, nel 2026, costruire una metafora immediata:

“i Voladores oggi sono gli algoritmi”.

È suggestivo.

Ma sarebbe un salto che questo articolo non vuole fare.

Gli algoritmi esistono, possono essere studiati e hanno obiettivi tecnici ed economici concreti. I Voladores appartengono invece alla cosmologia descritta nell’opera di Castaneda.

Confondere i due livelli renderebbe la riflessione meno seria.

Possiamo però fare una domanda molto più utile.

Senza bisogno di immaginare entità esterne, esistono sistemi che competono realmente per la nostra attenzione?

Sì.

Esistono meccanismi progettati per aumentare frequenza d’uso e coinvolgimento?

Sì.

Possiamo sviluppare abitudini automatiche che continuiamo a ripetere anche senza una notifica?

Sì.

Questi fatti sono sufficienti.

Non abbiamo bisogno di trasformarli in una teoria occulta per domandarci se siamo ancora noi a decidere dove dirigere l’attenzione.

Il dialogo interiore nell’era digitale può diventare una nuova forma di consapevolezza

Forse il modo più utile di recuperare il dialogo interiore non è cercare di eliminarlo.

È imparare a riconoscere quando stiamo pensando e quando stiamo soltanto reagendo.

C’è una differenza tra riflettere deliberatamente su un problema e ripetere mentalmente una discussione per la ventesima volta.

C’è una differenza tra cercare un’informazione perché serve e aprire un’applicazione automaticamente.

C’è una differenza tra utilizzare l’AI per confrontare una nostra idea e chiedere all’AI di formulare l’idea prima ancora che abbiamo provato a costruirne una.

La tecnologia rende queste differenze più importanti perché riduce quasi a zero il costo di ottenere un nuovo stimolo.

Bastano pochi centimetri di movimento del pollice.

La capacità di interrompere per qualche momento questo ciclo può quindi diventare una forma molto concreta di autonomia.

Non necessariamente spirituale.

Semplicemente attentiva.

Domande frequenti

Che cos’è il dialogo interiore secondo Castaneda?

Nell’opera di Castaneda indica il flusso continuo di descrizioni, giudizi e interpretazioni attraverso cui costruiamo e manteniamo la nostra visione abituale del mondo.

Fermare il dialogo interiore significa non pensare?

Non necessariamente. Nel contesto castanediano il concetto riguarda l’interruzione temporanea della descrizione interna abituale, non l’eliminazione permanente della capacità di ragionare.

Castaneda parlava di smartphone o intelligenza artificiale?

No. Il collegamento con notifiche, social network e AI è una rilettura contemporanea, non una previsione contenuta nei suoi libri.

Le notifiche disturbano davvero l’attenzione?

Studi sperimentali hanno osservato interferenze temporanee nell’elaborazione cognitiva dopo notifiche simili a quelle dei social media. L’effetto varia in base alla rilevanza dello stimolo e alle abitudini individuali.

L’information overload è un fenomeno studiato?

Sì. La ricerca recente tratta il sovraccarico informativo online come un fenomeno multidimensionale che può coinvolgere aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali.

Disattivare le notifiche ferma il dialogo interiore?

No. Può ridurre alcune interruzioni esterne, ma il flusso di pensieri dipende anche da abitudini, preoccupazioni e processi interni.

Usare ChatGPT aumenta il rumore mentale?

Non necessariamente. Dipende da come viene utilizzato. Può aiutare a organizzare il pensiero oppure diventare un’ulteriore fonte di stimoli se viene consultato continuamente per ogni dubbio.

Forse oggi il silenzio è diventato un atto volontario

Castaneda scriveva in un mondo senza smartphone, feed infiniti e assistenti AI.

Il dialogo interiore esisteva già.

La differenza è che oggi disponiamo di una quantità quasi illimitata di strumenti capaci di alimentarlo.

Possiamo riempire ogni attesa.

Possiamo trovare una risposta prima che una domanda abbia avuto il tempo di maturare.

Possiamo ricevere continuamente nuovi argomenti ai quali reagire.

Possiamo chiedere a una macchina di aggiungere una nuova voce ogni volta che non sappiamo cosa pensare.

Questo non rende la tecnologia nemica della consapevolezza.

Può fare esattamente il contrario.

Internet può ampliare enormemente ciò che conosciamo. L’AI può aiutarci a comprendere problemi che altrimenti non sapremmo affrontare. Lo smartphone può metterci in contatto con persone e conoscenze che qualche decennio fa sarebbero state irraggiungibili.

La questione è se sappiamo ancora spegnere volontariamente il flusso.

E forse è proprio qui che il dialogo interiore di Castaneda acquista una nuova utilità come spunto di riflessione, senza bisogno di trasformarlo in una teoria scientifica.

Quando tutto intorno a noi è progettato per continuare a parlare, siamo ancora capaci di scegliere qualche minuto di silenzio?

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